La reale violenza quotidiana e il diritto alla città, Paolo di vetta, roma 23.4.14

Dopo la manifestazione del 12 aprile assistiamo a molteplici esercitazioni di scrittura e di condanna, sia dagli scranni di governo che dalle pagine dei giornali. Eminenti ministri ed editorialisti di fama fanno a gara nel chiedere mano dura e tolleranza zero verso le mobilitazioni di questi giorni. Nel fare questo, cancellano sistematicamente contenuti e caratteristiche di una composizione sociale precaria che nell’esprimere dissenso e reclamare diritti assume pratiche rabbiose e fortemente conflittuali.

Si disquisisce sui comportamenti di piazza e si oscura la quotidiana reale violenza scaricata sulle vite di milioni di uomini e donne senza lavoro, senza casa e con la dignità ormai appesa ad un filo. I provvedimenti sulla riforma del lavoro e sulla casa non sono emendabili, vanno cancellati e rispediti al mittente poiché seppelliscono definitivamente il welfare di prossimità, annullano l’ultima flebile mediazione possibile, dichiarano guerra ai movimenti e a quanti provano a ribellarsi allo stato di cose attuali.

L’odioso articolo 5 del decreto fortemente voluto da Lupi è una sorta di avviso ai naviganti (agli occupanti), cioè a tutte quelle persone che non vengono prese in considerazione dal provvedimento impropriamente denominato “per l’emergenza abitativa”. Milioni di precari o senza reddito che fino ad oggi hanno trovato un tetto solo attraverso pratiche di riappropriazione collettive e individuali. Per questi la minaccia è chiara e l’intolleranza massima. Negare la residenza e gli allacci idrici ed elettrici è una vera barbarie ed una rappresaglia che lascia morti sul campo diritti primari insopprimibili. A proposito di violenze.

La salvaguardia del diritto proprietario e la santificazione del lavoro precario come unica opportunità di reddito aprono una stagione dove diritti e democrazia vengono definitivamente calpestati. Si avvia così un processo di trasformazione profonda della società, da una parte coloro che possono garantire solvibilità e dall’altra quelli che non ci arrivano e non ce la fanno. Le risorse d’altra parte vengono destinate a grandi opere come il TAV e grandi eventi come l’EXPO, immolando così i territori al cemento e alla precarietà. Un’impostazione fortemente ideologica che serve per smantellare gli ultimi residui di tutele sociali esistenti e gli ultimi spazi di mediazione con le amministrazioni locali.

La crescita dei movimenti territoriali, per il diritto all’abitare, contro il consumo di suolo, l’austerity e la precarietà viene vissuta dal governo Renzi come una calamità e l’ipotesi che il disagio sociale possa aggregarsi intorno ad esperienze radicali autonome ed indipendenti dalle forze politiche, e in grado di praticare relazioni con il sindacalismo conflittuale, spaventa molto. Per questo il prefetto di Roma Pecoraro prima e il ministro Alfano poi hanno sentito la necessità di esternare violentemente la propria contrarietà alla libertà di movimento per i cortei, soprattutto romani. Il sostegno di firme importanti ha poi fatto il resto.

Queste affermazioni faziose e preoccupate arrivano proprio mentre l’Istat afferma che ci sono più di un milione di persone senza reddito, poi ci sono gli incapienti e poi i poveri. Che dire del 12 aprile allora? Se tutti questi fossero scesi in piazza lo avrebbero fatto chiedendo per favore ciò che non hanno?

Un poco di onestà intellettuale insomma, se si ha paura che la rabbia sociale non offra più spazi di rappresentabilità e di mediazione si parli di questo. La percezione che il timore sia direttamente proporzionale alla conoscenza di una crisi sociale profonda ci appare evidente e chi governa ha sicuramente coscienza di questo, come le forze dell’ordine e probabilmente gli organi di stampa. Parlare di regolamentare il diritto di manifestare come si è fatto per il diritto di sciopero la dice lunga. Laddove il blocco stradale, l’invasione di un edificio o di un terreno equivale alla forma classica dello sciopero, questa va limitata, contenuta, repressa.

Questo ricatto ha bisogno di soggetti complici e disponibili a cogestire, così come è accaduto nei posti di lavoro. Ma sulla strada questo non sarà possibile. A presto vederci.

Binario68 - s.pio, Lecce: Un territorio ostile alla metropoli, sottratto al capitale, since 1 marzo 2014

ritmo,metropoli,autonomia

Venerdì 18 aprile è stato occupato un nuovo posto a Milano, in via Watt 6.
In questo momento il governo Renzi sta portando avanti un attacco frontale a chi occupa e resiste agli sfratti e agli sgomberi: a Roma, Torino, Milano, le immagini di corpi calpestati, teste aperte e polsi ammanettati disegnano la mappa del brutto tempo di questa nuova stagione.
Ma per chi sta attento ai dettagli, per chi riesce a vedere oltre la luce mediatica che rende tutto più oscuro, per chi alza la testa per guardare un po’ più in alto, si svela un’altra mappa, un’altra serie di immagini che rispondono con ironia e corraggio alla brutalità poliziesca. Sui tetti di Montagnola a Roma come su quelli di Milano appaiano figure, fuochi e messaggi chiari che dimostrano che la pratica dell’occupazione non si farà di certo fermare da manganelli, denunce e arresti.
“Il nostro piano casa: occupare tutto” recita lo striscione calato dal tetto del palazzo sgomberato mercoledì scorso a Roma. “Occupy everything”: uno striscione già visto, a Oakland nel 2011, a Istanbul nel 2012 e sicuramente mille altre volte nella storia. Il concetto non è nuovo, è vero, ma ogni volta che viene esposto su uno striscione o un volantino, ogni volta che una casa viene occupata e vissuta, ogni volta che uno spazio riapre, nasce per forza qualcosa che non si era ancora visto. Quando ciò che era imprigionato nella gabbia della proprietà (privata o “pubblica”, non importa) viene restituito all’uso comune, si apre una nuova pagina e si svela un possibile che prima non si vedeva.
Una palazzina occupata da famiglie o da ragazzi, uno studentato, un quartiere di case occupate possono diventare luoghi di sperimentazione collettiva, dove il mescolarsi di persone e pratiche diverse accresce quotidianamente la forza collettiva e comincia a declinare un’esistenza nuova; così prende forma qualcosa che va oltre la necessità e per tutti si fa sempre più desiderabile.
I bastoni, le ossa rotte, i mesi di galera e di domiciliari non ci possono fare niente, perché il movimento delle occupazioni non è circoscritto, non appartiene a un soggetto particolare che si potrebbe schiacciare facilmente: studenti, famiglie, ragazzi e anziani, migranti e italiani occupano insieme e tanti sono i motivi e le modalità con cui si occupa.
Va detto a tutti gli scettici: anche se nella nostra piccola città, nella nostra piccola realtà sentiamo di essere sempre troppo pochi di fronte alle guardie, agli speculatori, agli interessi mafiosi dei politici, alla megamacchina del capitalismo ricordiamoci sempre:
il movimento delle occupazioni è mondiale, in crescita, ingovernabile, è di tutti e nessuno, non ha un solo volto perché ha mille volti e sopratutto è una risposta in atto, concreta, realistica all’unica vera crisi, la crisi permanente che rappresenta il capitalismo stesso, nel suo funzionamento normale. L’occupazione è una risposta perché rende abitabile un mondo che questa civiltà del denaro e della merce si impegna a rendere sempre più inabitabile.
Basta vedere giocare tutti insieme i bambini delle nazionalità più svariate nei cortili delle occupazioni nelle metropoli soffocanti dell’Europa del sud, dove fascisti e nazionalisti tentano di approfittare delle difficoltà economiche di molti per rialzare le loro teste rasate.
Basta sentire la musica, leggere i testi, partecipare alle discussioni che si producono all’interno dei posti occupati, che sono fra le poche oasi di vitalità nel deserto culturale italiano.
Basta passare una giornata qui in Giambellino, a San Siro, in Barriera a Torino o in qualsiasi quartiere d’Italia dove ci siano delle occupazioni. In mezzo alla povertà, alle difficoltà per arrivare alla fine del mese, in mezzo ai palazzi brutti costruiti in fretta dal regime fascista o dal suo continuatore democratico per ammassare i poveri e farli stare buoni. Grazie alle occupazioni si sta meglio, si respira un’aria un po’ meno pesante. Si parla con i vicini, ci si da una mano per forzare la porta o cambiare la serratura, magari si organizza una grigliata in cortile, ci si ritrova agli sfratti la mattina, ai cortei per gridare insieme. L’auto-organizzazione, l’autonomia nei quartieri man mano viene a colmare l’assenza di uno stato assistenziale ormai defunto. Il piacere di fare delle cose insieme e non ognuno per conto suo, i sorrisi dopo aver resistito a uno sgombero, il sentirsi una forza collettiva tornano e sono la miglior risposta all’infame “piano casa” di Renzi, Lupi and co.
L’occupazione di questa Latteria abbandonata da anni e lasciata al degrado è un piccolo gesto, certo. Però si colloca al fianco di tanti altri piccoli gesti che messi insieme possono fare di Milano una città più bella. E’ un punto in più, una risorsa, un altro sentiero da percorrere per vedere dove ci porterà. Questo contributo è anche un invito a passare nel nuovo posto in questi giorni, a darci una mano, fare due chiacchiere e vedere cosa si può combinare per fare un passo in più verso una rivoluzione per la quale non vogliamo più aspettare un domani, ma per cui vogliamo agire ora.

Ci vediamo sulle barricate, nelle case occupate, sui tetti, nelle strade!
Solidarietà ai feriti e agli arrestati di Roma!
Solidarietà a tutti i No TAV sotto processo per aver resistito su altre barricate, difendendo questa stessa idea di cosa vuol dire abitare un territorio!
Un abbraccio a Claudio, Chiara, Mattia e Nico, quattro No TAV accusati di terrorismo e tuttora in carcere, ma che lottano insieme a noi tutti i giorni!
Un pensiero per Guccio, la tua alta sagoma si aggira su tutti i tetti d’Italia e ci accompagna in ogni occupazione!a

fucina62:

17 aprile 2014
È solo gentrificazione! Pigneto, Roma, Metropoli.
Ore 18.00
Il Pigneto nelle strategie di riqualificazione delle periferie romane. [relazione a cura di Fucina62] a seguire dibattito

Expo: un frammento di metropoli

Rebloggato da FUCINA62

gnarrrgh:

Vietnam, riot contro lo sfruttamento Samsung

Almeno 11 persone sono rimaste ferite a seguito di violente proteste scoppiate ieri, in prossimità del luogo dove sorgerà un nuovo stabilimento della Samsung nel nord del Vietnam. L’impianto si trova nella città di Thai Nguyen. Purtroppo 5 di queste persone sarebbero in condizioni gravi.

Secondo alcune fonti, le guardie di sicurezza avrebbero impedito agli operai di portarsi il cibo sul luogo di lavoro, rallentando cosi la loro produttività. Secondo altre, prima di entrare in fabbrica, un loro collega non aveva il cartellino identificativo, per questo motivo le guardie hanno negato l’accesso al sito lavorativo. La tensione è andata crescendo, alimentando il diverbio tra gli operai solidali e le guardie, le quali senza esitare troppo hanno picchiato con il manganello elettrico il lavoratore fino a fargli perdere i sensi.

Ad ogni modo, ne è scoppiata una rissa che ha portato al ferimento di un lavoratore, cosa che ha scatenato tutti gli altri nel rispondere all’intimidazione e ad attaccare le guardie stesse.

(…)

Rebloggato da Gnarrrgh!