QUESTO E’ UNO SCIOPERO! La lotta degli operai della DIELLE di Cassina De Pecchi.

18 ottobre 2014 - STRIKE!!!

18 ottobre 2014 - STRIKE!!!

hazet 36 monamour:”tutti i fascisti come ramelli con una chiave tra i capelli”

hazet 36 monamour:
tutti i fascisti come ramelli con una chiave tra i capelli

Rebloggato da Chaosmosis

Quand la ZAD débarque à Nantes

Jeudi 19 juin 2014, une cinquantaine de zadistes et de sympathisants opposés au projet d’aéroport à Notre-Dame-des-Landes sont entrés par effraction dans un collège désaffecté du quartier Guist’hau, à Nantes, pour y organiser un grand concert pour la Fête de la musique prévue le samedi. Le propriétaire ayant porté plainte, la police a déployé vendredi 20 juin, à partir de 14h30, un important dispositif dans le centre-ville pour les déloger. Ce qu’elle est parvenue à faire, sans violence manifeste, après trois heures de négociations.

DESTROIKA
Inaugurazione della nuova sede della Banca Centrale Europea |  Francoforte | autunno 2014 |

Appello della Destroika a tutte le realtà antagoniste

Dagli scioperi generali senza effetto alle “giornate di azioni” che agiscono su obiettivi che non meritano questo nome, le lotte  – in Portogallo, in Spagna, in Italia o in Grecia – sembrano ovunque essere prigioniere della dimensione nazionale. La scala nazionale che è stata per tanto tempo, sia per lo Stato che per i rivoluzionari, quella dell’iniziativa politica per eccellenza, è diventata la scala dell’impotenza. Un’impotenza che, ritorcendosi contro se stessa, lascia spazio a una rabbia nazionalista che guadagna terreno dappertutto.
Non c’è più nulla da fare per noi nell’ambito nazionale e non solo perché restarvi farebbe comodo ad ogni forma di reazione. Non c’è più niente da prendere: è morto e sepolto.  Lo Stato oramai non fa altro che servire quello che si prepara nelle cucine della Troika, questa Santa Trinità formata dal Fondo Monetario Internazionale, la Banca centrale e la Commissione Europea. Per noi il campo nazionale non esiste più. Esiste solo una dimensione locale ed una mondiale.
La Troika non si accontenta di dettare la politica degli Stati, amministrandoli direttamente con l’imposizione dei budget e delle misure che più gli convengono, ma determina anche le nostre condizioni di vita per ridurci a semplici risorse umane. La sensazione di essere dominati e schiacciati dall’autoproclamatosi « motore d’Europa » inizia a diventare qualcosa di estremamente palpabile in tutto il vecchio continente.
Chiunque abbia studiato un po’ i metodi del FMI sa bene che non si limitano alla « strategia dello shock ». Il dispositivo strategico dell’FMI e della Banca Mondiale corre su due binari:  uno è  quello che effettivamente brutalizza le società attraverso una violenta ristrutturazione economica, l’altro funziona come l’ammortizzatore di questo shock, attraverso il microcredito e l’incitazione a costruire ovunque delle nuove piccole unità economiche che possano integrarsi anche in maniera marginale ai grandi circuiti dell’economia globale. L’obiettivo di questa doppia manovra è quello di trasformare tutto e tutti in imprese. L’economia sociale e solidale non è quindi la cura, finalmente trovata, alla «strategia dello shock» ma il suo efficace complemento. Noi non vogliamo una migliore economia, sociale e solidale, noi vogliamo la fine dell’economia - la fine del calcolo, la fine della misura, la fine della valutazione, la fine della mentalità contabile sia nell’amore che nelle officine.
Quello che stiamo vivendo è una deliberata distruzione del sociale, un impoverimento calcolato, un’accelerazione della concentrazione di potere e di ricchezza e una strumentalizzazione cosciente, in questo contesto, dei rancori xenofobi. La Germania è in tutta evidenza l’orchestratrice europea di questa offensiva, per questo costituisce l’ovvio obiettivo di tutti coloro che vogliono contrattaccare: i rifugiati che rischiano la propria vita, quelli le cui condizioni d’esistenza sono sempre più precarie e anche quello che fu il « ceto medio », il quale sta perdendo ogni sicurezza e con essa le ultime illusioni. È tempo di mettersi in cammino, di rimettere la vita nelle nostre mani, di creare delle comuni e di organizzarsi.
Questo è ciò che è accaduto per tanta gente nelle piazze di Tunisi, del Cairo, di Madrid, di Istanbul e che si sta diffondendo nei quartieri di Salonicco, di Roma e di Barcellona – dovunque mettiamo in comune i soldi, le tecniche, le conoscenze e la vita stessa attorno a dei luoghi condivisi.

Dal locale a Francoforte
Non abbiamo intenzione di ripetere gli errori strutturali commessi durante il movimento no global: gli attivisti professionali, gli scontri rituali, gli slogan astratti e privi di senso che hanno paralizzato le nostre rivolte. Questo è tutto quello che non vogliamo più. Non a caso alcuni tra noi per ritrovare un po’ di realtà, arrivati ad un certo punto di quel movimento, hanno deciso di ancorarsi localmente e smetterla di vagabondare nell’astrazione del globale. Quando cominciò il riflusso, del movimento no global rimaneva giusto un groviglio di reti da disertare: lì dentro semplicemente ci mancava l’aria. Senza i nostri luoghi, senza la terra, senza sviluppare una forza materiale nei territori che abitiamo, il nostro destino era scritto: diventare dei commessi viaggiatori della rivoluzione e – chi lo sa? - dei politici, dei rappresentanti oppure degli amministratori. Costruire dei movimenti, costituire una nuova sinistra serve solo ad alimentare nuove illusioni.
È innegabile che quelle che vengono chiamate impropriamente « lotte locali » hanno assunto un’importanza inedita negli ultimi anni. Alcune tra di esse sono riuscite a dare il tempo al conflitto dell’intero paese: la Val di Susa in Italia, Notre-Dame-des-Landes in Francia, Gamonal in Spagna,  Khalkidiki in Grecia, Lampedusa-Hamburg in Germania. Tuttavia queste lotte, anche laddove sembrano vincenti, non riescono a superare una certa soglia politica, ciò che permette ai governi di trattarle comunque come questioni marginali.
Restare a questo livello, rimanere in una dimensione autoreferenziale, significa condannarsi alla sconfitta. Di fronte alla guerra sociale che ci è stata dichiarata non basta mettere in fila le« lotte locali » e farle apparire come fossero un fronte, unito magicamente dal collante delle dichiarazioni di solidarietà. Così come dieci anni fa riuscimmo a venir fuori dall’astrazione globale, è venuto il momento di fare la stessa cosa rispetto all’attrazione del locale; quantomeno è questa la necessità che sentiamo oggi.
Noi lottiamo avendo alle nostre spalle tutta la forza dei quartieri resistenti, delle case occupate, delle penisole ribelli, delle valli in rivolta. Qualcosa di completamente diverso dalla classica messa in rete delle lotte, che risulta sempre essere nient’altro che un’alleanza opportunista tra diverse fazioni di politici, di rappresentanti che neutralizzano tutto a forza di « negoziazioni » e che alla fine fanno sempre e solo i propri interessi. Come d’altra parte fa ogni burocrazia. Si può rappresentare solo ciò che è assente – quindi è la nostra presenza in atto che bisogna opporre all’universo della rappresentazione.

Ecco perché saremo a Francoforte
Più il saccheggio è spudorato, più si approfondiscono e si generalizzano la sottomissione e la disciplina, tanto più è necessario contrattaccare -  difendere i nostri luoghi, i nostri territori, le nostre infrastrutture e le nostre amicizie dovunque siano sottoposti a degli attacchi, sia da quelli che sono ancora in fase di progettazione che da quelli attualmente in corso. Ecco perché andremo a Francoforte : perché la migliore difesa è l’attacco.
Dobbiamo portare le nostre esperienze locali di movimento ad un più alto livello offensivo. La maniera  migliore per sconfiggere gli Stati nazionali che ancora costituiscono un ostacolo potrebbe essere quella di stringerli in una morsa, collocandoci direttamente in quanto forza locale sul piano europeo. L’inaugurazione della sede della Banca Centrale Europea a Francoforte ci offre l’occasione per ritrovarci e unire le nostre forze contro un nemico comune.
La differenza tra questo evento e le mobilitazioni no global è immediatamente evidente: non stiamo parlando di mobilitare e dare appuntamento a qualche decina di migliaia di attivisti, ma di aprire una discussione internazionale che va ben oltre l’evento in questione.
Quello di cui stiamo parlando è di far convergere a Francoforte la plebe di tutta Europa - lavoratori sull’orlo di una crisi di nervi, cittadini truffati, migranti, precari, operai licenziati, tutti quelli che vogliono finalmente vedere il vero volto del nemico e farlo a pezzi.
Si tratta di dare alla rabbia diffusa che cresce in tutto il continente un obiettivo chiaro e definito. Ovvero di presentare il conto per tutto quello che abbiamo subito in questi ultimi anni e dirigere la nostra rabbia contro coloro che, seduti comodamente nei propri uffici, hanno elaborato i loro piani contro di noi e sollevarsi contro tutte le amministrazioni che ovunque e quotidianamente li hanno  realizzati.
Vedere le facce terrorizzate dei burocrati e combattere fianco a fianco è la migliore maniera per distruggere il nuovo nazionalismo europeo. Così come il locale anche l’Europa non è, in sé, un’alternativa alla rovina degli Stati-nazione. Non è perché odiamo lo Stato che dobbiamo lasciarci affascinare dalle sirene dell’Impero.  Allo stesso modo dei vecchi Stati nazionali, l’Europa da una parte è una finzione, dall’altra è una struttura di governo: non abbiamo affinità né con l’una né con l’altra. Non vogliamo riappropriarci dell’Europa e delle sue marce istituzioni, le vogliamo distruggere. La nostra concezione della vita e della felicità non sono compatibili con l’austerità, con l’etica della rinuncia, dell’efficienza e dell’autodisciplina.

Una nuova internazionale. L’asse della plebe
La risposta all’attuale situazione in Europa ci pare risieda nella presenza senza mediazione di tutti coloro che lottano, di tutti coloro che la Troika ha reso superflui, di tutti coloro che non si accontentano più di una resistenza individuale alla dittatura dell’ottimizzazione.Per fronteggiare l’offensiva in corso nei suoi aspetti molecolari, tortuosi e ben studiati abbiamo bisogno di un nuovo immaginario, di una nuova idea di cosa significa «lottare insieme».
In una situazione del genere non c’è nulla di peggio che simulare l’azione. Pur sapendo che i nostri sforzi, presi separatamente, hanno spesso un carattere simbolico, ci riconosciamo in ogni  attacco degno di questo nome, in ogni gesto che non si accontenta di rendere visibile il rifiuto ma che, oltre a questo, lo rende sensibile.
Non devono essere i manager e altri professionisti di movimento a ritrovarsi, bensì le lotte stesse. Non solo per una questione di solidarietà ma anche nel proprio interesse. Non fraintendeteci: conosciamo la forza e le buone intenzioni delle «azioni di solidarietà», anche se la solidarietà implica una distinzione dubbiosa e confortevole tra un « noi » e un « loro ». È proprio questa separazione che dobbiamo superare – tramite una comune manifestazione di potenza di tutti quelli che ne hanno abbastanza e che vogliono riprendersi la vita.
Negli ultimi due anni a Francoforte ci sono già state delle proteste contro le politiche della Troika, dell’Unione Europea e della Germania (Blockupy e M31). La risposta delle forze dell’ordine è stata smisurata. Due anni fa ogni azione fu impedita, la città fu messa in stato d’assedio e presidiata per soffocare ogni velleità di protesta. L’anno scorso una manifestazione autorizzata è stata vietata da una decisione unilaterale della polizia, la quale non è più un semplice braccio dell’esecutivo ma è divenuta ormai un vero e proprio attore politico.
Tuttavia la nostra esperienza ad Amburgo, nel dicembre 2013, ci ha dimostrato che è possibile agire anche in una Germania in stato d’eccezione se si riesce ad essere imprevedibili e quindi incontrollabili. Migliaia di persone disperse in tutta la città e determinate ad agire possono ridurre all’impotenza un enorme dispositivo poliziesco.
Nelle manifestazioni contro l’apertura della sede centrale della BCE a Francoforte noi vi vediamo un’occasione per le diverse lotte europee per incontrarsi e aumentare la loro forza d’urto. Il nostro obiettivo dev’essere, un po’ come avvenuto nella lotta contro i trasporti di rifiuti nucleari Castor, quello di guardare alle diverse forme di lotta come un arricchimento reciproco e non come fossero delle contraddizioni paralizzanti.
La differenza tra quello che si prepara oggi per Francoforte e quello che è stato fatto negli anni precedenti è che questa volta non si tratta di manifestare in una data simbolica ma di andarci per marciare effettivamente sulla testa dei potenti d’Europa che saranno in città in quella circostanza. Tra l’altro Francoforte è una metropoli economica che non ospita solo la Banca Centrale ma innumerevoli tipi di sedi di banche, di multinazionali, di assicurazioni, di agenzie di comunicazione e di speculatori immobiliari.

Contate su di noi !
Credono di poter fare i loro affari senza di noi. Non si accorgono che siamo sempre di più a disertare il loro mondo dell’autovalorizzazione permanente, a fuggire dalla loro mania della misura generalizzata. Sarà vendetta per le loro politiche di impoverimento, di distruzione, di svalutazione di tutto quello che è vivo. Per tutte le umiliazioni subite negli uffici delle amministrazioni, per tutte le volte che ci hanno fatto correre come criceti in gabbia, per tutte le paure di non essere abbastanza giovani, abbastanza atletici, abbastanza flessibili. E siccome si ostinano a restare incatenati al loro mondo, il cui  tracollo è sempre più visibile, siccome non capiscono altra lingua che questa, glielo diciamo chiaramente : ecco il conto – pagherete caro, pagherete tutto !
Le insurrezioni degli ultimi anni in ogni punto del pianeta l’hanno dimostrato : la rivoluzione è perfettamente possibile. Adesso sta bussando alla porta dell’Europa: sfondiamola!


Cioè che è, è ! Ciò che non è, è possibile!

DESTROIKA

Inaugurazione della nuova sede della Banca Centrale Europea |  Francoforte | autunno 2014 |

Appello della Destroika a tutte le realtà antagoniste

Dagli scioperi generali senza effetto alle “giornate di azioni” che agiscono su obiettivi che non meritano questo nome, le lotte  – in Portogallo, in Spagna, in Italia o in Grecia – sembrano ovunque essere prigioniere della dimensione nazionale. La scala nazionale che è stata per tanto tempo, sia per lo Stato che per i rivoluzionari, quella dell’iniziativa politica per eccellenza, è diventata la scala dell’impotenza. Un’impotenza che, ritorcendosi contro se stessa, lascia spazio a una rabbia nazionalista che guadagna terreno dappertutto.

Non c’è più nulla da fare per noi nell’ambito nazionale e non solo perché restarvi farebbe comodo ad ogni forma di reazione. Non c’è più niente da prendere: è morto e sepolto.  Lo Stato oramai non fa altro che servire quello che si prepara nelle cucine della Troika, questa Santa Trinità formata dal Fondo Monetario Internazionale, la Banca centrale e la Commissione Europea. Per noi il campo nazionale non esiste più. Esiste solo una dimensione locale ed una mondiale.

La Troika non si accontenta di dettare la politica degli Stati, amministrandoli direttamente con l’imposizione dei budget e delle misure che più gli convengono, ma determina anche le nostre condizioni di vita per ridurci a semplici risorse umane. La sensazione di essere dominati e schiacciati dall’autoproclamatosi « motore d’Europa » inizia a diventare qualcosa di estremamente palpabile in tutto il vecchio continente.

Chiunque abbia studiato un po’ i metodi del FMI sa bene che non si limitano alla « strategia dello shock ». Il dispositivo strategico dell’FMI e della Banca Mondiale corre su due binari:  uno è  quello che effettivamente brutalizza le società attraverso una violenta ristrutturazione economica, l’altro funziona come l’ammortizzatore di questo shock, attraverso il microcredito e l’incitazione a costruire ovunque delle nuove piccole unità economiche che possano integrarsi anche in maniera marginale ai grandi circuiti dell’economia globale. L’obiettivo di questa doppia manovra è quello di trasformare tutto e tutti in imprese. L’economia sociale e solidale non è quindi la cura, finalmente trovata, alla «strategia dello shock» ma il suo efficace complemento. Noi non vogliamo una migliore economia, sociale e solidale, noi vogliamo la fine dell’economia - la fine del calcolo, la fine della misura, la fine della valutazione, la fine della mentalità contabile sia nell’amore che nelle officine.

Quello che stiamo vivendo è una deliberata distruzione del sociale, un impoverimento calcolato, un’accelerazione della concentrazione di potere e di ricchezza e una strumentalizzazione cosciente, in questo contesto, dei rancori xenofobi. La Germania è in tutta evidenza l’orchestratrice europea di questa offensiva, per questo costituisce l’ovvio obiettivo di tutti coloro che vogliono contrattaccare: i rifugiati che rischiano la propria vita, quelli le cui condizioni d’esistenza sono sempre più precarie e anche quello che fu il « ceto medio », il quale sta perdendo ogni sicurezza e con essa le ultime illusioni. È tempo di mettersi in cammino, di rimettere la vita nelle nostre mani, di creare delle comuni e di organizzarsi.

Questo è ciò che è accaduto per tanta gente nelle piazze di Tunisi, del Cairo, di Madrid, di Istanbul e che si sta diffondendo nei quartieri di Salonicco, di Roma e di Barcellona – dovunque mettiamo in comune i soldi, le tecniche, le conoscenze e la vita stessa attorno a dei luoghi condivisi.

Dal locale a Francoforte

Non abbiamo intenzione di ripetere gli errori strutturali commessi durante il movimento no global: gli attivisti professionali, gli scontri rituali, gli slogan astratti e privi di senso che hanno paralizzato le nostre rivolte. Questo è tutto quello che non vogliamo più. Non a caso alcuni tra noi per ritrovare un po’ di realtà, arrivati ad un certo punto di quel movimento, hanno deciso di ancorarsi localmente e smetterla di vagabondare nell’astrazione del globale. Quando cominciò il riflusso, del movimento no global rimaneva giusto un groviglio di reti da disertare: lì dentro semplicemente ci mancava l’aria. Senza i nostri luoghi, senza la terra, senza sviluppare una forza materiale nei territori che abitiamo, il nostro destino era scritto: diventare dei commessi viaggiatori della rivoluzione e – chi lo sa? - dei politici, dei rappresentanti oppure degli amministratori. Costruire dei movimenti, costituire una nuova sinistra serve solo ad alimentare nuove illusioni.

È innegabile che quelle che vengono chiamate impropriamente « lotte locali » hanno assunto un’importanza inedita negli ultimi anni. Alcune tra di esse sono riuscite a dare il tempo al conflitto dell’intero paese: la Val di Susa in Italia, Notre-Dame-des-Landes in Francia, Gamonal in Spagna,  Khalkidiki in Grecia, Lampedusa-Hamburg in Germania. Tuttavia queste lotte, anche laddove sembrano vincenti, non riescono a superare una certa soglia politica, ciò che permette ai governi di trattarle comunque come questioni marginali.

Restare a questo livello, rimanere in una dimensione autoreferenziale, significa condannarsi alla sconfitta. Di fronte alla guerra sociale che ci è stata dichiarata non basta mettere in fila le
« lotte locali » e farle apparire come fossero un fronte, unito magicamente dal collante delle dichiarazioni di solidarietà. Così come dieci anni fa riuscimmo a venir fuori dall’astrazione globale, è venuto il momento di fare la stessa cosa rispetto all’attrazione del locale; quantomeno è questa la necessità che sentiamo oggi.

Noi lottiamo avendo alle nostre spalle tutta la forza dei quartieri resistenti, delle case occupate, delle penisole ribelli, delle valli in rivolta. Qualcosa di completamente diverso dalla classica messa in rete delle lotte, che risulta sempre essere nient’altro che un’alleanza opportunista tra diverse fazioni di politici, di rappresentanti che neutralizzano tutto a forza di « negoziazioni » e che alla fine fanno sempre e solo i propri interessi. Come d’altra parte fa ogni burocrazia. Si può rappresentare solo ciò che è assente – quindi è la nostra presenza in atto che bisogna opporre all’universo della rappresentazione.

Ecco perché saremo a Francoforte

Più il saccheggio è spudorato, più si approfondiscono e si generalizzano la sottomissione e la disciplina, tanto più è necessario contrattaccare -  difendere i nostri luoghi, i nostri territori, le nostre infrastrutture e le nostre amicizie dovunque siano sottoposti a degli attacchi, sia da quelli che sono ancora in fase di progettazione che da quelli attualmente in corso. Ecco perché andremo a Francoforte : perché la migliore difesa è l’attacco.

Dobbiamo portare le nostre esperienze locali di movimento ad un più alto livello offensivo. La maniera  migliore per sconfiggere gli Stati nazionali che ancora costituiscono un ostacolo potrebbe essere quella di stringerli in una morsa, collocandoci direttamente in quanto forza locale sul piano europeo. L’inaugurazione della sede della Banca Centrale Europea a Francoforte ci offre l’occasione per ritrovarci e unire le nostre forze contro un nemico comune.

La differenza tra questo evento e le mobilitazioni no global è immediatamente evidente: non stiamo parlando di mobilitare e dare appuntamento a qualche decina di migliaia di attivisti, ma di aprire una discussione internazionale che va ben oltre l’evento in questione.

Quello di cui stiamo parlando è di far convergere a Francoforte la plebe di tutta Europa - lavoratori sull’orlo di una crisi di nervi, cittadini truffati, migranti, precari, operai licenziati, tutti quelli che vogliono finalmente vedere il vero volto del nemico e farlo a pezzi.

Si tratta di dare alla rabbia diffusa che cresce in tutto il continente un obiettivo chiaro e definito. Ovvero di presentare il conto per tutto quello che abbiamo subito in questi ultimi anni e dirigere la nostra rabbia contro coloro che, seduti comodamente nei propri uffici, hanno elaborato i loro piani contro di noi e sollevarsi contro tutte le amministrazioni che ovunque e quotidianamente li hanno  realizzati.

Vedere le facce terrorizzate dei burocrati e combattere fianco a fianco è la migliore maniera per distruggere il nuovo nazionalismo europeo. Così come il locale anche l’Europa non è, in sé, un’alternativa alla rovina degli Stati-nazione. Non è perché odiamo lo Stato che dobbiamo lasciarci affascinare dalle sirene dell’Impero.  Allo stesso modo dei vecchi Stati nazionali, l’Europa da una parte è una finzione, dall’altra è una struttura di governo: non abbiamo affinità né con l’una né con l’altra. Non vogliamo riappropriarci dell’Europa e delle sue marce istituzioni, le vogliamo distruggere. La nostra concezione della vita e della felicità non sono compatibili con l’austerità, con l’etica della rinuncia, dell’efficienza e dell’autodisciplina.

Una nuova internazionale. L’asse della plebe

La risposta all’attuale situazione in Europa ci pare risieda nella presenza senza mediazione di tutti coloro che lottano, di tutti coloro che la Troika ha reso superflui, di tutti coloro che non si accontentano più di una resistenza individuale alla dittatura dell’ottimizzazione.
Per fronteggiare l’offensiva in corso nei suoi aspetti molecolari, tortuosi e ben studiati abbiamo bisogno di un nuovo immaginario, di una nuova idea di cosa significa «lottare insieme».

In una situazione del genere non c’è nulla di peggio che simulare l’azione. Pur sapendo che i nostri sforzi, presi separatamente, hanno spesso un carattere simbolico, ci riconosciamo in ogni  attacco degno di questo nome, in ogni gesto che non si accontenta di rendere visibile il rifiuto ma che, oltre a questo, lo rende sensibile.

Non devono essere i manager e altri professionisti di movimento a ritrovarsi, bensì le lotte stesse. Non solo per una questione di solidarietà ma anche nel proprio interesse. Non fraintendeteci: conosciamo la forza e le buone intenzioni delle «azioni di solidarietà», anche se la solidarietà implica una distinzione dubbiosa e confortevole tra un « noi » e un « loro ». È proprio questa separazione che dobbiamo superare – tramite una comune manifestazione di potenza di tutti quelli che ne hanno abbastanza e che vogliono riprendersi la vita.

Negli ultimi due anni a Francoforte ci sono già state delle proteste contro le politiche della Troika, dell’Unione Europea e della Germania (Blockupy e M31). La risposta delle forze dell’ordine è stata smisurata. Due anni fa ogni azione fu impedita, la città fu messa in stato d’assedio e presidiata per soffocare ogni velleità di protesta. L’anno scorso una manifestazione autorizzata è stata vietata da una decisione unilaterale della polizia, la quale non è più un semplice braccio dell’esecutivo ma è divenuta ormai un vero e proprio attore politico.

Tuttavia la nostra esperienza ad Amburgo, nel dicembre 2013, ci ha dimostrato che è possibile agire anche in una Germania in stato d’eccezione se si riesce ad essere imprevedibili e quindi incontrollabili. Migliaia di persone disperse in tutta la città e determinate ad agire possono ridurre all’impotenza un enorme dispositivo poliziesco.

Nelle manifestazioni contro l’apertura della sede centrale della BCE a Francoforte noi vi vediamo un’occasione per le diverse lotte europee per incontrarsi e aumentare la loro forza d’urto. Il nostro obiettivo dev’essere, un po’ come avvenuto nella lotta contro i trasporti di rifiuti nucleari Castor, quello di guardare alle diverse forme di lotta come un arricchimento reciproco e non come fossero delle contraddizioni paralizzanti.

La differenza tra quello che si prepara oggi per Francoforte e quello che è stato fatto negli anni precedenti è che questa volta non si tratta di manifestare in una data simbolica ma di andarci per marciare effettivamente sulla testa dei potenti d’Europa che saranno in città in quella circostanza. Tra l’altro Francoforte è una metropoli economica che non ospita solo la Banca Centrale ma innumerevoli tipi di sedi di banche, di multinazionali, di assicurazioni, di agenzie di comunicazione e di speculatori immobiliari.

Contate su di noi !

Credono di poter fare i loro affari senza di noi. Non si accorgono che siamo sempre di più a disertare il loro mondo dell’autovalorizzazione permanente, a fuggire dalla loro mania della misura generalizzata. Sarà vendetta per le loro politiche di impoverimento, di distruzione, di svalutazione di tutto quello che è vivo. Per tutte le umiliazioni subite negli uffici delle amministrazioni, per tutte le volte che ci hanno fatto correre come criceti in gabbia, per tutte le paure di non essere abbastanza giovani, abbastanza atletici, abbastanza flessibili. E siccome si ostinano a restare incatenati al loro mondo, il cui  tracollo è sempre più visibile, siccome non capiscono altra lingua che questa, glielo diciamo chiaramente : ecco il conto – pagherete caro, pagherete tutto !

Le insurrezioni degli ultimi anni in ogni punto del pianeta l’hanno dimostrato : la rivoluzione è perfettamente possibile. Adesso sta bussando alla porta dell’Europa: sfondiamola!

Cioè che è, è ! Ciò che non è, è possibile!

LAVORARE MENO,LAVORARE TUTTI
LENTISSIMAMENTE

LAVORARE MENO,
LAVORARE TUTTI

LENTISSIMAMENTE