CON RABBIA e AMORE 

CON RABBIA e AMORE 

Da qui non uscirò, questa casa non la mollerò… Sullo sfratto di Faruk a via degli Ontani

Che gli spazi di mediazione sono chiusi, che solo polizia e magistratura hanno voce in capitolo sugli sfratti e sul governo dei territori, già lo sapevamo. Come sapevamo che oggi per lo sfratto di Faruk e la sua famiglia era previsto l’ intervento della forza pubblica. Questa mattina ci siamo organizzati insieme per resistere: abbiamo bloccato la strada, abbiamo atteso determinati la polizia e di fronte alla loro superiorità numerica siamo indietreggiati compatti. I lacrimogeni che ci hanno lanciato fin dentro il palazzo li abbiamo rispediti al mittente. I rapporti di forza si conquistano passo dopo passo, nella materialità delle lotte. Questa breve ma intensa resistenza ha permesso a Faruk e alla sua famiglia di uscire dalla sua casa sostenuto dalla solidarietà di numerosi compagni e di attraversare il quartiere fino al municipio in corteo. Non finisce qui.

È chiaro che gli sfratti a Roma est non si fermeranno, ma i nostri picchetti, a fianco di chi decide di resistere e lottare saranno sempre più numerosi e partecipati. Perché stiamo scoprendo che isolati è impossibile resistere agli sfratti e insieme è possibile reagire e organizzarsi per bloccarli. Mettere insieme le forze per evidenziare le contraddizioni, imparare a conoscerci per organizzare un piano di mutuo appoggio, resistere agli sfratti e agli sgomberi estendendo la solidarietà.

Ogni sfratto una barricata!

18.9.2014 Roma, Centocelle

Rete Antisfratto Roma Est

Che gli spazi di mediazione sono chiusi, che solo polizia e magistratura hanno voce in capitolo sugli sfratti e sul governo dei territori, già lo sapevamo. Come sapevamo che oggi per lo sfratto di Faruk e la sua famiglia era previsto l’ intervento della forza pubblica. Questa mattina ci siamo organizzati insieme per resistere: abbiamo bloccato la strada, abbiamo atteso determinati la polizia e di fronte alla loro superiorità numerica siamo indietreggiati compatti. I lacrimogeni che ci hanno lanciato fin dentro il palazzo li abbiamo rispediti al mittente. I rapporti di forza si conquistano passo dopo passo, nella materialità delle lotte. Questa breve ma intensa resistenza ha permesso a Faruk e alla sua famiglia di uscire dalla sua casa sostenuto dalla solidarietà di numerosi compagni e di attraversare il quartiere fino al municipio in corteo. Non finisce qui.
È chiaro che gli sfratti a Roma est non si fermeranno, ma i nostri picchetti, a fianco di chi decide di resistere e lottare saranno sempre più numerosi e partecipati. Perché stiamo scoprendo che isolati è impossibile resistere agli sfratti e insieme è possibile reagire e organizzarsi per bloccarli. Mettere insieme le forze per evidenziare le contraddizioni, imparare a conoscerci per organizzare un piano di mutuo appoggio, resistere agli sfratti e agli sgomberi estendendo la solidarietà.
Ogni sfratto una barricata!

18.9.2014 Roma, Centocelle

Rete Antisfratto Roma Est


Ps: In una nota la questura dice che non sono stati utilizzati gas lacrimogeni CS. Gira voce che il prossimo sfratto o sgombero, non saranno usate maschere antigas…

Che gli spazi di mediazione sono chiusi, che solo polizia e magistratura hanno voce in capitolo sugli sfratti e sul governo dei territori, già lo sapevamo. Come sapevamo che oggi per lo sfratto di Faruk e la sua famiglia era previsto l’ intervento della forza pubblica. Questa mattina ci siamo organizzati insieme per resistere: abbiamo bloccato la strada, abbiamo atteso determinati la polizia e di fronte alla loro superiorità numerica siamo indietreggiati compatti. I lacrimogeni che ci hanno lanciato fin dentro il palazzo li abbiamo rispediti al mittente. I rapporti di forza si conquistano passo dopo passo, nella materialità delle lotte. Questa breve ma intensa resistenza ha permesso a Faruk e alla sua famiglia di uscire dalla sua casa sostenuto dalla solidarietà di numerosi compagni e di attraversare il quartiere fino al municipio in corteo. Non finisce qui.
È chiaro che gli sfratti a Roma est non si fermeranno, ma i nostri picchetti, a fianco di chi decide di resistere e lottare saranno sempre più numerosi e partecipati. Perché stiamo scoprendo che isolati è impossibile resistere agli sfratti e insieme è possibile reagire e organizzarsi per bloccarli. Mettere insieme le forze per evidenziare le contraddizioni, imparare a conoscerci per organizzare un piano di mutuo appoggio, resistere agli sfratti e agli sgomberi estendendo la solidarietà.
Ogni sfratto una barricata!

18.9.2014 Roma, Centocelle

Rete Antisfratto Roma Est


Ps: In una nota la questura dice che non sono stati utilizzati gas lacrimogeni CS. Gira voce che il prossimo sfratto o sgombero, non saranno usate maschere antigas…

Se Fabrizio Ceruso potesse parlare…

Per tre volte San Basilio si difese dalle aggressioni della polizia nel 1974, per difendere le case che aveva occupato, molte delle quali ancora esistono e resistono.
Oggi sono passati 40 anni e si parla spesso di questa ex- borgata romana, nella mente di qualcuno già nuova città giardino su cui speculare, sul cui futuro molti architetti sono già impegnati a disegnare progetti. Se ne parla come cittadella della droga, dello spaccio, ma anche per fatti di cronaca violenta. Un quartiere squallido, da rifare con tutta quella commiserazione che solo le istituzioni sanno esprimere.
Quando abbiamo visto gli ultimi episodi di “riqualificazione” del quartiere con la street art del Comune di Roma che metteva al lavoro i loro impiegati con il pennello in giro per il quartiere, ci siamo arrabbiati, ma abbiamo pensato che il nostro modo di vivere il quartiere con le nuove occupazioni, le iniziative pubbliche, i graffiti politici potessero bastare. 
Ora ci rendiamo conto che per noi c’è una sorta di damnatio memoriae, dobbiamo rimanere fuori dalla storia del quartiere, senza rappresentare le battaglie che abbiamo combattuto, senza ricordi, senza segnare il quartiere con il colore della sua storia, affinché nessuno si offenda, affinché nessun cittadino si indigni di fronte alla rappresentazioni degli assassini di Ceruso come delle pecorelle o dei porci. A prescindere se San Basilio difensore degli occupanti rimarrà ad osservare nei prossimi giorni la vita di quartiere che si svolge intorno a quella facciata cieca o verrà rimosso da zelanti burocrati verniciatori, ci viene da pensare cosa penserebbe oggi Fabrizio…

A noi viene in mente che ci direbbe con forza di nuovo: 
pagheranno caro, pagheranno tutto, negli echi che tuonavano dopo la sua morte.
Occupando le case, difendendo gli sfratti, stando di nuovo dietro quelle barricate che rendono degne di essere vissute le nostre vite.

Partizan Antifa Firm - Roma

Se Fabrizio Ceruso potesse parlare…

Per tre volte San Basilio si difese dalle aggressioni della polizia nel 1974, per difendere le case che aveva occupato, molte delle quali ancora esistono e resistono.
Oggi sono passati 40 anni e si parla spesso di questa ex- borgata romana, nella mente di qualcuno già nuova città giardino su cui speculare, sul cui futuro molti architetti sono già impegnati a disegnare progetti. Se ne parla come cittadella della droga, dello spaccio, ma anche per fatti di cronaca violenta. Un quartiere squallido, da rifare con tutta quella commiserazione che solo le istituzioni sanno esprimere.
Quando abbiamo visto gli ultimi episodi di “riqualificazione” del quartiere con la street art del Comune di Roma che metteva al lavoro i loro impiegati con il pennello in giro per il quartiere, ci siamo arrabbiati, ma abbiamo pensato che il nostro modo di vivere il quartiere con le nuove occupazioni, le iniziative pubbliche, i graffiti politici potessero bastare.
Ora ci rendiamo conto che per noi c’è una sorta di damnatio memoriae, dobbiamo rimanere fuori dalla storia del quartiere, senza rappresentare le battaglie che abbiamo combattuto, senza ricordi, senza segnare il quartiere con il colore della sua storia, affinché nessuno si offenda, affinché nessun cittadino si indigni di fronte alla rappresentazioni degli assassini di Ceruso come delle pecorelle o dei porci. A prescindere se San Basilio difensore degli occupanti rimarrà ad osservare nei prossimi giorni la vita di quartiere che si svolge intorno a quella facciata cieca o verrà rimosso da zelanti burocrati verniciatori, ci viene da pensare cosa penserebbe oggi Fabrizio…

A noi viene in mente che ci direbbe con forza di nuovo:
pagheranno caro, pagheranno tutto, negli echi che tuonavano dopo la sua morte.
Occupando le case, difendendo gli sfratti, stando di nuovo dietro quelle barricate che rendono degne di essere vissute le nostre vite.

Partizan Antifa Firm - Roma

Sanzionata Northrop Grumman Italia a Pomezia (Roma, Italia)
Mentre continua l’offensiva dell’esercito israeliano nella Striscia di Gaza a Pomezia sanzionata azienda che fornisce tecnologia militare ad Israele. Contro le fabbriche di morte #restiamoumani. 
Seppur nascosto dal grande nome di Finmeccanica, l’impegno mortifero dello stabilimento di Pomezia della Northrop Grumman Italia non sfugge a chi, dell’oppressione d’Israele sulla popolazione palestinese, non vuole esser complice.
Anche un piccolo dispositivo su enormi macchine da guerra, come gli M-346 che Finmeccanica sta fornendo ad Israele, compone quel puzzle dei molteplici responsabili di feroci massacri.
E’ così che la Northrop Grumman Italia guadagna il suo bottino producendo giroscopi e fibre ottiche, indispensabili all’assetto e alla direzione degli M-346, aerei militari comprati da Israele per addestrare gli assassini alla guida dei cacciabombardieri di nuova generazione o per bombardare con missili aria-terra o anti-nave.
Mentre dai cieli di Gaza piove morte sulla popolazione palestinese e il numero di persone assassinate e ferite cresce continuamente, l’Italia ha pensato bene di consegnare i primi 2 caccia addestratori M-346 dei 30 promessi all’esercito occupante israeliano entro il 2016.
La tecnologia ha molteplici impieghi… così forse racconteranno a ricercatori e operai che non conoscono il fine ultimo delle loro creazioni. Northrop Grumman Italia sceglie consapevolmente di arricchirsi vendendo morte al soldo dell’industria bellica italiana, storica sostenitrice dell’oppressione sionista.
Abbiamo scelto quindi di sanzionare questo stabilimento perché sosteniamo la popolazione palestinese che da 66 anni sopravvive e resiste con dignità al colonialismo di Israele.
Voi esportate guerra e distruzione ma la nostra solidarietà non ha frontiere.
Rifiutiamo i massacri, la pulizia etnica e l’Apartheid
Boicottiamo Israele e i suoi complici
Palestina libera!
Antifascisti e Antifasciste di Roma

Sanzionata Northrop Grumman Italia a Pomezia (Roma, Italia)

Mentre continua l’offensiva dell’esercito israeliano nella Striscia di Gaza a Pomezia sanzionata azienda che fornisce tecnologia militare ad Israele. Contro le fabbriche di morte #restiamoumani. 

Seppur nascosto dal grande nome di Finmeccanica, l’impegno mortifero dello stabilimento di Pomezia della Northrop Grumman Italia non sfugge a chi, dell’oppressione d’Israele sulla popolazione palestinese, non vuole esser complice.

Anche un piccolo dispositivo su enormi macchine da guerra, come gli M-346 che Finmeccanica sta fornendo ad Israele, compone quel puzzle dei molteplici responsabili di feroci massacri.

E’ così che la Northrop Grumman Italia guadagna il suo bottino producendo giroscopi e fibre ottiche, indispensabili all’assetto e alla direzione degli M-346, aerei militari comprati da Israele per addestrare gli assassini alla guida dei cacciabombardieri di nuova generazione o per bombardare con missili aria-terra o anti-nave.

Mentre dai cieli di Gaza piove morte sulla popolazione palestinese e il numero di persone assassinate e ferite cresce continuamente, l’Italia ha pensato bene di consegnare i primi 2 caccia addestratori M-346 dei 30 promessi all’esercito occupante israeliano entro il 2016.

La tecnologia ha molteplici impieghi… così forse racconteranno a ricercatori e operai che non conoscono il fine ultimo delle loro creazioni. Northrop Grumman Italia sceglie consapevolmente di arricchirsi vendendo morte al soldo dell’industria bellica italiana, storica sostenitrice dell’oppressione sionista.

Abbiamo scelto quindi di sanzionare questo stabilimento perché sosteniamo la popolazione palestinese che da 66 anni sopravvive e resiste con dignità al colonialismo di Israele.

Voi esportate guerra e distruzione ma la nostra solidarietà non ha frontiere.

Rifiutiamo i massacri, la pulizia etnica e l’Apartheid

Boicottiamo Israele e i suoi complici

Palestina libera!

Antifascisti e Antifasciste di Roma

INTIFADA - Tangenziale Est Roma

INTIFADA - Tangenziale Est Roma

fucina62:

#nogentrificazione
#pigneto

Pigneto anti_gentrificazione

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#pigneto

Pigneto anti_gentrificazione

Rebloggato da FUCINA62

La Roma dei «cuori neri» tra mafia, politica e tante pistole — Valerio Renzi, ROMA, 4.7.2014

Il coin­vol­gi­mento di un ex atti­vi­sta di Casa Pound Ita­lia nella morte del fac­cen­diere Sil­vio Fanella a seguito, o almeno que­sta sem­bra l’ipotesi più pro­ba­bile, di un ten­ta­tivo di rapi­mento a scopo di estor­sione, ha nuo­va­mente acceso i riflet­tori sui rap­porti tra mala­vita ed estrema destra.
La prima cosa da regi­strare, met­tendo in fila alcuni fatti, è la dispo­ni­bi­lità di armi nelle mani dei neo­fa­sci­sti della Capi­tale. Il secondo ele­mento è l’acclarata con­ti­guità con la cri­mi­na­lità orga­niz­zata e la faci­lità con cui molte figure pas­sano da un ambiente all’altro.

Era il 2006 quando un’indagine dei Cara­bi­nieri su una fal­lita rapina alla banca di Civi­ta­vec­chia Cara­vit porta ad una per­qui­si­zione a Casa Pound. Secondo i mili­tari le cin­que per­sone fer­mate per la rapina fre­quen­ta­vano assi­dua­mente la sede di via Napo­leone III e uno di loro ci avrebbe pro­prio vis­suto. Saranno i Cara­bi­nieri a par­lare di un colpo ben orga­niz­zato e di una banda non di sprov­ve­duti ma di professionisti.

Alcuni anni prima, è il 7 luglio del 2003, una «santa bar­bara» viene ritro­vata in una can­tina al numero 859 di via Nomen­tana: 9 pistole di grosso cali­bro, ovvia­mente con matri­cola abrasa, un’arma da guerra, due bombe a mano, muni­zioni, divise delle forze dell’ordine, giub­botti anti­pro­iet­tile. Pre­su­mi­bil­mente l’arsenale e il resto erano a dispo­si­zione di chi avesse voluto com­piere delle rapine. Furono arre­stati per deten­zione ille­gale di armi Andrea Rufino e Gio­vanni Marion. Il secondo vicino alla banda di Kap­ple­rino, nome «d’arte» di Elio Di Scala, rapi­na­tore di estrema destra che negli anni ’90 aveva messo su una banda com­po­sta da un mix di estre­mi­sti neo­fa­sci­sti e cri­mi­nali comuni di varie età e pro­ve­nienza. I due poi risul­ta­vano tra i fon­da­tori di Easy Lon­don, la società messa su dai due padri di Forza Nuova Mas­simo Mor­sello e Roberto Fiore.

È il 2012 invece quando a Tivoli viene gam­biz­zato Fran­ce­sco Bianco, l’ex Nar pas­sato all’onore delle cro­na­che per la sua assun­zione diretta all’Atac nella fasci­sto­poli di Ale­manno. A spa­rare è Carlo Gian­notta, reg­gente dell’ex sezione dell’Msi di Acca Laren­tia. Il motivo dell’aggressione? Diver­genze sulla gestione della sede e della com­me­mo­ra­zione dei tre mili­tanti dell’Msi uccisi a colpi di pistola all’esterno di Acca Laren­tia nel 1978. Durante le inda­gini per il feri­mento viene per­qui­sita anche Casa Pound. I due figli di Carlo, Mirco e Fabio Gian­notta, van­tano il loro bel cur­ri­cu­lum a cavallo tra estrema destra e criminalità.

Mirco prima di essere messo da Ale­manno a diri­gere l’ufficio per il decoro urbano ha pat­teg­giato la con­danna per diverse rapine, rapi­na­tore anche Fabio, tra gli autori del colpo a Bul­gari di via dei Con­dotti. A Fabio Gian­notta è stato poi ricon­dotto l’arsenale ritro­vato il 18 dicem­bre del 2011 nel quar­tiere Ales­san­drino: tre pistole semiau­to­ma­ti­che Beretta, dieci altre pistole semiau­to­ma­ti­che, quat­tro fucili da guerra, una mitra­glietta, migliaia di muni­zioni, giub­botti anti­pro­iet­tile, pas­sa­mon­ta­gna, uni­formi di poli­zia e cara­bi­nieri. Una delle armi sarebbe ser­vita all’omicidio di Emi­liano Zuin, assas­si­nato in un rego­la­mento di conti nella mala romana nel 2008. Vicini in pas­sato ai Gian­notta altri due fra­telli, Cor­rado e Manuel Ovidi, in pas­sato molto legati a Mau­ri­zio Boc­cacci, attual­mente lea­der di Militia.

Sono poi diversi gli ex Nar pas­sati alla cri­mi­na­lità comune, come Mas­si­mi­liano Tad­deini e Clau­dio Ragno, arre­stati nel 2012 per aver par­te­ci­pato a delle rapine a mano armata con due distinte bat­te­rie criminali.

Inquie­tanti sono infine alcuni epi­sodi che hanno visto coin­volti espo­nenti di spicco di Casa Pound Ita­lia. Il 14 aprile del 2011 Andrea Anto­nini, vice­pre­si­dente dell’associazione neo­fa­sci­sta viene gam­biz­zato con un’arma da pic­colo cali­bro su via Fla­mi­nia. Riman­gono ignoti i motivi ma gli inqui­renti esclu­dono l’attentato poli­tico. Sem­pre Anto­nini con un altro espo­nente di Casa Pound Pie­tro Casa­santa, è stato accu­sato nell’estate 2012 di aver aiu­tato un camor­ri­sta lati­tante, Mario San­ta­fede, ad otte­nere dei docu­menti dichia­rando il falso a un fun­zio­na­rio dell’anagrafe.

Lo stesso Daniele De San­tis, accu­sato dell’omicidio di Ciro Espo­sito, oltre ad un ultrà era un mili­tante neo­fa­sci­sta attivo nel Movi­mento Sociale Euro­peo, nella sto­rica sede di via Otta­viano in Prati. Entrare in pos­sesso di un’arma non dovrebbe essere stato difficile.

Un mondo su cui ballare. Note sulle occupazioni e il loro divenire rivoluzionario.
4 luglio 2014 alle ore 18.51
Se potessimo salire su una mongolfiera e dare uno sguardo d’insieme al nostro paese, che meraviglia sarebbe. A Milano, a Bergamo, a Torino, a Bologna, a Parma, a Genova, a Venezia, a Pisa, a Firenze, a Roma, a Napoli, a Lecce, a Palermo. E in moltissimi altri luoghi. Case e palazzi sfitti che improvvisamente prendono vita,  a migliaia in tutta l’Italia. Forse decine di migliaia. Spazi abitativi, sociali, creativi, culturali, politici strappati alla speculazione nascono e crescono ovunque. Tra molte differenze un grande comune denominatore: prendersi collettivamente quello di cui si ha bisogno, farsi attraversare, aprire squarci di sole nel grigio regno del cemento.
 Essere sabbia nei meccanismi di governo e di pacificazione. Farsi via di fuga, linea di diserzione dall’isolamento, dalla solitudine, dalla miseria. Aprire nuove incredibili possibilità tutte da costruire.

A volte quartieri interi vengono barricati per difendere le case sotto sfratto dagli attacchi di ufficiali giudiziari e polizia. Ondate di occupazioni multiple, inarrestabili, rendono cristallina la potenza del fenomeno.
 Librerie universitarie divengono vivai di sovversione culturale dentro il piattume delle facoltà. Teatri, officine, sedi, piscine, studentati, spiagge, orti. Spazi autonomi sperimentano forme di vita conflittuali e comuni in un mondo che ci vuole soli e divisi. Vite irrimediabilmente illegali, gioiose, irruente. Un’ eco di gesti e parole che rimbalzano senza sosta in tanti quartieri di questa Italia imbastardita dall’ignavia.

Queste occupazioni mettono in crisi la governabilità del territorio, i piani multimilionari, le speculazioni mafiose e certamente violano, profanano, oltraggiano il più sacro fondamento costituente dello stato di cose presenti: l’incontestabile legittimità della proprietà privata.

L’occupazione diviene così sempre di più una micro-prassi rivoluzionaria di massa. Da una parte un mezzo materiale per dare forza alle lotte e dall’altra un  luogo e un metodo politico per incontrarci e per sperimentare il comunismo della vita quotidiana.
Questo perché la sua essenza sono i corpi e le idee che lo attraversano, i progetti e i desideri che fanno nascere dei possibili tra le macerie dell’abbandono.  Dove si costituiscono nuove forme di vita, di relazione e di organizzazione, si destituiscono anche i dispositivi di controllo e di rappresentanza.

Un gesto semplice, chiaro, riappropriabile da chiunque, riproducibile ovunque. Un gesto rivoluzionario perché mette praticamente in discussione il mondo dei proprietari e dei consumatori; attacca e supera sbeffeggiandolo l’ordine del denaro e si scontra con la gestione, il governo delle vite e dei territori. Il governo dei corpi e delle menti, delle pulsioni e dei comportamenti ha sempre una sola natura: quella della tecnica di polizia.

Ecco perché giunte e amministrazioni di sinistra agiscono in soluzione di continuità con quelle di destra. E ci si rende conto, se ancora non fosse chiaro, che entrambe sono costituite dallo stesso tessuto etico, della stessa materia politica. Di fatto sgomberi e sfratti sono aumentati. E immancabilmente , inevitabilmente, la Santa Polizia come unica cura per tutti i mali, l’ordine pubblico come risposta ad ogni emergenza o problema, la legalità democratica come tendina per coprire ogni infamia, ogni abuso, ogni ingiustizia palese.

In questo scenario non ci deve sorprendere vedere sgomitare la sinistra di governo e di compartecipazione. Più subdola della destra “ordine e disciplina” e meno roboante, sostanzialmente identica: la prima agisce di pennello dove la seconda passa il rullo. Ecco cosa sono i bandi, ecco cos’è la partecipazione, ecco cos’è il dialogo. Ecco come si giustifica la versione di sinistra di uno sgombero, di una carica, di un arresto.

Nessun discorso ideologico, non è un attacco a chi decide in modo lungimirante di prendere un posto in affitto o farsi assegnare uno spazio per fortificare l’intervento e l’attacco all’esistente. Il problema emerge quando bandi, tavoli di trattative e richieste di legalizzazione agiscono come dispositivi di trasformazione del territorio e di normalizzazione delle vite e dei corpi. Quando questi dispositivi, con tutto il peso della legge che li sostiene, vogliono annientare la pratica dell’occupazione neutralizzandola. L’occupazione è uno dei gesti possibili per abitare in senso rivoluzionario la metropoli, una delle possibilità per aggredirla.

Parlando semplicemente di “spazi sociali” si parte già da una prospettiva falsante, rincarare sull’ “emergenza degli spazi sociali” è anche autoreferenziale.  Il moltiplicarsi di occupazioni con composizioni e forme ibride (i già citati palazzi di famiglie, studentati, mense, librerie, quartieri solidali) delinea una geografia sovversiva del tessuto delle città che stringe sempre più connessioni e mette in circolo complicità, contribuendo ad alimentare la sperimentazione di una quotidianità diversa da quella in cui ci vorrebbero costretti.

Basta pensare alla vita che si respira in una palazzina occupata dove viene allestita una cucina comune per mangiare assieme, un asilo per far giocare i figli, una sala cinema per guardarsi gli ultimi film al botteghino. Insomma, quello che nella normalità metropolitana viene pagato caro con mesi di sudati stipendi come uno schermo al plasma o un posto all’asilo nido  diventa facilmente realizzabile. Ciò che in uno degli infiniti quartieri dormitorio delle nostre città sarebbe una vita chiusa nella morsa della precarietà economica e delle quattro mura domestiche si trasforma in qualcosa non solo di più conveniente ma di intensamente più desiderabile.

Milano, alle porte di Expo, assume così un valore paradigmatico che merita una riflessione particolare. Già ai tempi delle elezioni comunali qualcuno aveva ingenuamente creduto che Pisapia avrebbe cancellato con un colpo di spugna tutti i mali degli occupanti, accusando chi si avventurava in nuove occupazioni di fare il gioco della Moratti. Le cose poi, si sa, sono andate diversamente. E’ evidente allora che lamentarsi non serve. Serve prendere atto.

Atto della partita che il capitale si gioca con Expo il cui baricentro sarà Milano nella sua totalità. E le politiche attuali lo dimostrano, con un governo che nonostante gli scandali delle grandi opere, cerca di salvarsi la faccia arrampicandosi sui muri del buon senso e del chi sbaglia paga. Ma a pagare sono le famiglie che occupano per necessità, gli occupanti e le occupazioni in generale. L’articolo 5 del Piano Casa, ne è la dimostrazione. La guerra ai poveri e la pacificazione sociale stendono il tappeto rosso alla città vetrina.

Considerare le nostre vite in modo offensivo e non solo in un contesto di emergenza o bisogno. La moltiplicazione delle occupazioni e la loro difesa attuano una moratoria di fatto, che nulla ha a che fare con richieste di diritti che vengono sempre meno, né a richieste di assegnazioni di case perché  l’evidenza dell’abbandono parla da sé. Partire invece dalla forza accumulata nei quartieri e nelle pratiche di difesa a sgomberi e sfratti, ma anche nella forza costruita dentro le occupazioni

A chi rivendica più o meno gentilmente che le pratiche autonome e gli spazi occupati o autogestiti vengano legittimati e valorizzati dalla politica di palazzo si potrebbe domandare se per caso non siano miopi e non riescano a vedere l’evidenza delle lotte che sono già su un piano naturalmente lontano da questo. Oppure è proprio l’assenza da ogni conflitto reale che determina questa presa di posizione, e viene da  pensare che ci sia cattiva fede, che si cerchi di cavalcare l’energia dell’autogestione con secondi fini di recupero elettorali, vertenze al ribasso, o altri teatrini che abbiamo visto in passato e non vorremmo vedere più. In una parola: Leoncavallo.

Nel primo caso l’invito è a riflettere, a infilare le lenti del realismo (al di là di ogni ridondanza dogmatica) e di rendersi conto che non ci può essere nessun piano di consistenza comune, nessuna mediazione e nessun dialogo tra chi governa, dispone, sgombera, specula, risponde a interessi di poteri forti e chi si organizza e lotta contro tutto ciò. Oggi meno che mai.

I secondi probabilmente non tarderanno a trovarsi al più presto un posto confortevole. In qualche commissione comunale, magari in qualche sportello per la partecipazione e le relazioni tra la cittadinanza e le istituzioni. E non conosceranno mai la strada delle lotte. Intendiamoci, un ARCI è sicuramente meglio di una sede di partito. Ciò non significa comunque che esprima qualcosa dal punto di vista rivoluzionario. 

Vivere e attraversare le contraddizioni della metropoli, sporcandosi le mani nella costruzione di spazi di conflitto e di terreni di lotta osando oltre le proprie isole felici, perché in un’ottica di allargamento le isole felici non bastano, anzi la scommessa sta nella moltiplicazione di spazi occupati e nella diversità ed eterogeneità di questi. Nello scambio reciproco di esperienze e nella costruzione comune di un presente e un futuro desiderabile anche da altri soggetti che non abbiamo ancora avuto la fortuna di conoscere.

La pratica dell’occupazione va difesa perché è patrimonio delle lotte sociali. Nelle occupazioni si trovano amici e compagni, ci si innamora, si fa sesso, si piange e si gioisce.   Si sale sui tetti o si erigono delle barricate per difendere non solo il proprio posto, ma anche la pratica stessa, la sua potenzialità e il suo divenire.
Tutto ciò deve essere patrimonio anche delle generazioni che verranno, che devono trovare un mondo su cui ballare, non un mondo pacificato. Dei re da sbeffeggiare, non dei re a cui obbedire.

 

 

autonomiadiffusa@inventati.org

Un mondo su cui ballare. Note sulle occupazioni e il loro divenire rivoluzionario.

4 luglio 2014 alle ore 18.51

Se potessimo salire su una mongolfiera e dare uno sguardo d’insieme al nostro paese, che meraviglia sarebbe. A Milano, a Bergamo, a Torino, a Bologna, a Parma, a Genova, a Venezia, a Pisa, a Firenze, a Roma, a Napoli, a Lecce, a Palermo. E in moltissimi altri luoghi. Case e palazzi sfitti che improvvisamente prendono vita,  a migliaia in tutta l’Italia. Forse decine di migliaia. Spazi abitativi, sociali, creativi, culturali, politici strappati alla speculazione nascono e crescono ovunque. Tra molte differenze un grande comune denominatore: prendersi collettivamente quello di cui si ha bisogno, farsi attraversare, aprire squarci di sole nel grigio regno del cemento.

 Essere sabbia nei meccanismi di governo e di pacificazione. Farsi via di fuga, linea di diserzione dall’isolamento, dalla solitudine, dalla miseria. Aprire nuove incredibili possibilità tutte da costruire.

A volte quartieri interi vengono barricati per difendere le case sotto sfratto dagli attacchi di ufficiali giudiziari e polizia. Ondate di occupazioni multiple, inarrestabili, rendono cristallina la potenza del fenomeno.

 Librerie universitarie divengono vivai di sovversione culturale dentro il piattume delle facoltà. Teatri, officine, sedi, piscine, studentati, spiagge, orti. Spazi autonomi sperimentano forme di vita conflittuali e comuni in un mondo che ci vuole soli e divisi. Vite irrimediabilmente illegali, gioiose, irruente. Un’ eco di gesti e parole che rimbalzano senza sosta in tanti quartieri di questa Italia imbastardita dall’ignavia.

Queste occupazioni mettono in crisi la governabilità del territorio, i piani multimilionari, le speculazioni mafiose e certamente violano, profanano, oltraggiano il più sacro fondamento costituente dello stato di cose presenti: l’incontestabile legittimità della proprietà privata.

L’occupazione diviene così sempre di più una micro-prassi rivoluzionaria di massa. Da una parte un mezzo materiale per dare forza alle lotte e dall’altra un  luogo e un metodo politico per incontrarci e per sperimentare il comunismo della vita quotidiana.

Questo perché la sua essenza sono i corpi e le idee che lo attraversano, i progetti e i desideri che fanno nascere dei possibili tra le macerie dell’abbandono.  Dove si costituiscono nuove forme di vita, di relazione e di organizzazione, si destituiscono anche i dispositivi di controllo e di rappresentanza.

Un gesto semplice, chiaro, riappropriabile da chiunque, riproducibile ovunque. Un gesto rivoluzionario perché mette praticamente in discussione il mondo dei proprietari e dei consumatori; attacca e supera sbeffeggiandolo l’ordine del denaro e si scontra con la gestione, il governo delle vite e dei territori. Il governo dei corpi e delle menti, delle pulsioni e dei comportamenti ha sempre una sola natura: quella della tecnica di polizia.

Ecco perché giunte e amministrazioni di sinistra agiscono in soluzione di continuità con quelle di destra. E ci si rende conto, se ancora non fosse chiaro, che entrambe sono costituite dallo stesso tessuto etico, della stessa materia politica. Di fatto sgomberi e sfratti sono aumentati. E immancabilmente , inevitabilmente, la Santa Polizia come unica cura per tutti i mali, l’ordine pubblico come risposta ad ogni emergenza o problema, la legalità democratica come tendina per coprire ogni infamia, ogni abuso, ogni ingiustizia palese.

In questo scenario non ci deve sorprendere vedere sgomitare la sinistra di governo e di compartecipazione. Più subdola della destra “ordine e disciplina” e meno roboante, sostanzialmente identica: la prima agisce di pennello dove la seconda passa il rullo. Ecco cosa sono i bandi, ecco cos’è la partecipazione, ecco cos’è il dialogo. Ecco come si giustifica la versione di sinistra di uno sgombero, di una carica, di un arresto.

Nessun discorso ideologico, non è un attacco a chi decide in modo lungimirante di prendere un posto in affitto o farsi assegnare uno spazio per fortificare l’intervento e l’attacco all’esistente. Il problema emerge quando bandi, tavoli di trattative e richieste di legalizzazione agiscono come dispositivi di trasformazione del territorio e di normalizzazione delle vite e dei corpi. Quando questi dispositivi, con tutto il peso della legge che li sostiene, vogliono annientare la pratica dell’occupazione neutralizzandola. L’occupazione è uno dei gesti possibili per abitare in senso rivoluzionario la metropoli, una delle possibilità per aggredirla.

Parlando semplicemente di “spazi sociali” si parte già da una prospettiva falsante, rincarare sull’ “emergenza degli spazi sociali” è anche autoreferenziale.  Il moltiplicarsi di occupazioni con composizioni e forme ibride (i già citati palazzi di famiglie, studentati, mense, librerie, quartieri solidali) delinea una geografia sovversiva del tessuto delle città che stringe sempre più connessioni e mette in circolo complicità, contribuendo ad alimentare la sperimentazione di una quotidianità diversa da quella in cui ci vorrebbero costretti.

Basta pensare alla vita che si respira in una palazzina occupata dove viene allestita una cucina comune per mangiare assieme, un asilo per far giocare i figli, una sala cinema per guardarsi gli ultimi film al botteghino. Insomma, quello che nella normalità metropolitana viene pagato caro con mesi di sudati stipendi come uno schermo al plasma o un posto all’asilo nido  diventa facilmente realizzabile. Ciò che in uno degli infiniti quartieri dormitorio delle nostre città sarebbe una vita chiusa nella morsa della precarietà economica e delle quattro mura domestiche si trasforma in qualcosa non solo di più conveniente ma di intensamente più desiderabile.

Milano, alle porte di Expo, assume così un valore paradigmatico che merita una riflessione particolare. Già ai tempi delle elezioni comunali qualcuno aveva ingenuamente creduto che Pisapia avrebbe cancellato con un colpo di spugna tutti i mali degli occupanti, accusando chi si avventurava in nuove occupazioni di fare il gioco della Moratti. Le cose poi, si sa, sono andate diversamente. E’ evidente allora che lamentarsi non serve. Serve prendere atto.

Atto della partita che il capitale si gioca con Expo il cui baricentro sarà Milano nella sua totalità. E le politiche attuali lo dimostrano, con un governo che nonostante gli scandali delle grandi opere, cerca di salvarsi la faccia arrampicandosi sui muri del buon senso e del chi sbaglia paga. Ma a pagare sono le famiglie che occupano per necessità, gli occupanti e le occupazioni in generale. L’articolo 5 del Piano Casa, ne è la dimostrazione. La guerra ai poveri e la pacificazione sociale stendono il tappeto rosso alla città vetrina.

Considerare le nostre vite in modo offensivo e non solo in un contesto di emergenza o bisogno. La moltiplicazione delle occupazioni e la loro difesa attuano una moratoria di fatto, che nulla ha a che fare con richieste di diritti che vengono sempre meno, né a richieste di assegnazioni di case perché  l’evidenza dell’abbandono parla da sé. Partire invece dalla forza accumulata nei quartieri e nelle pratiche di difesa a sgomberi e sfratti, ma anche nella forza costruita dentro le occupazioni

A chi rivendica più o meno gentilmente che le pratiche autonome e gli spazi occupati o autogestiti vengano legittimati e valorizzati dalla politica di palazzo si potrebbe domandare se per caso non siano miopi e non riescano a vedere l’evidenza delle lotte che sono già su un piano naturalmente lontano da questo. Oppure è proprio l’assenza da ogni conflitto reale che determina questa presa di posizione, e viene da  pensare che ci sia cattiva fede, che si cerchi di cavalcare l’energia dell’autogestione con secondi fini di recupero elettorali, vertenze al ribasso, o altri teatrini che abbiamo visto in passato e non vorremmo vedere più. In una parola: Leoncavallo.

Nel primo caso l’invito è a riflettere, a infilare le lenti del realismo (al di là di ogni ridondanza dogmatica) e di rendersi conto che non ci può essere nessun piano di consistenza comune, nessuna mediazione e nessun dialogo tra chi governa, dispone, sgombera, specula, risponde a interessi di poteri forti e chi si organizza e lotta contro tutto ciò. Oggi meno che mai.

I secondi probabilmente non tarderanno a trovarsi al più presto un posto confortevole. In qualche commissione comunale, magari in qualche sportello per la partecipazione e le relazioni tra la cittadinanza e le istituzioni. E non conosceranno mai la strada delle lotte. Intendiamoci, un ARCI è sicuramente meglio di una sede di partito. Ciò non significa comunque che esprima qualcosa dal punto di vista rivoluzionario. 

Vivere e attraversare le contraddizioni della metropoli, sporcandosi le mani nella costruzione di spazi di conflitto e di terreni di lotta osando oltre le proprie isole felici, perché in un’ottica di allargamento le isole felici non bastano, anzi la scommessa sta nella moltiplicazione di spazi occupati e nella diversità ed eterogeneità di questi. Nello scambio reciproco di esperienze e nella costruzione comune di un presente e un futuro desiderabile anche da altri soggetti che non abbiamo ancora avuto la fortuna di conoscere.

La pratica dell’occupazione va difesa perché è patrimonio delle lotte sociali. Nelle occupazioni si trovano amici e compagni, ci si innamora, si fa sesso, si piange e si gioisce.   Si sale sui tetti o si erigono delle barricate per difendere non solo il proprio posto, ma anche la pratica stessa, la sua potenzialità e il suo divenire.

Tutto ciò deve essere patrimonio anche delle generazioni che verranno, che devono trovare un mondo su cui ballare, non un mondo pacificato. Dei re da sbeffeggiare, non dei re a cui obbedire.

 

 

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